Anche le scuole abruzzesi continuano a spopolarsi

Iscrizioni in caduta libera: in 4 anni quasi 10.000 studenti in meno.

Sono numeri allarmanti quelli che riguardano il computo totale di alunni e studenti iscritti negli istituti scolastici abruzzesi. Ogni anno si registra un preoccupante declino di giovani nel territorio. E certo non stupisce che ad essere particolarmente afflitta è l’area più interna e montana della regione.

La popolazione studentesca della scuola pubblica abruzzese per l’anno scolastico 2025/26 ammonterà, dunque, a 157.764 unità distribuite su tutti i gradi di scuola. Questo dato, desunto dalle iscrizioni, fa segnare sì una perdita di 2607 alunni ed alunne rispetto allo scorso anno, ma se incrociato con quelli degli ultimi 4 anni, la perdita totale ammonta a ben 9.851 iscritti ed iscritte in meno.

L’unica novità (ovviamente negativa) è che le 2.607 iscrizioni in meno, in termini di organico docenti per il prossimo anno scolastico 25/26 si declineranno in una perdita di 113 posti in organico di diritto (- 24 CH, – 25 AQ, – 34 PE, – 30 TE), mentre negli anni precedenti si era riusciti ad evitare il taglio, e ciò aveva favorito un aumento del tempo scuola e classi più adeguate al contesto territoriale.

Si tratta, da qualunque angolazione si vogliano leggere, di dati che confermano l’inesorabile declino delle nostre aree più interne, frutto di una combinazione dannosa tra spopolamento e denatalità. Sono dati che meriterebbero da soli un impegno politico non più procrastinabile, poiché la ricaduta che spopolamento e denatalità hanno sulla scuola è solo la punta dell’iceberg. La parte sommersa dell’iceberg parla dell’abbandono delle aree interne da parte dello Stato che, privando la popolazione dei servizi essenziali (sanità e trasporti in primis) e non attivando politiche produttive e del lavoro, ha gradualmente favorito lo spopolamento. 

Si ritiene che la politica dovrebbe trovare soluzioni ad un problema che non è più rinviabile, magari evitando anche lo spreco di risorse che potrebbero essere investite per misure strutturali da monitorare e verificare costantemente. Le enormi risorse del PNRR che si sono abbattute sul sistema scuola, affaticandone tutte le componenti, potevano essere impiegate per la ripresa economica dei territori su cui le scuole insistono e favorire la permanenza della scuola nei luoghi più interni lavorando al ripristino dei servizi essenziali.  Non è un caso che i numeri più alti di dispersione scolastica riguardano proprio i ragazzi e le ragazze provenienti dalle aree socialmente ed economicamente più svantaggiate.

La politica regionale e nazionale non può limitarsi a fotografare l’esistente, ma dovrebbe impegnarsi a rimuovere tali disparità di trattamento, in attuazione dei principi costituzionali. La direzione in cui si sta andando, invece, sembra diametralmente opposta. I progetti di autonomia differenziata, di regionalizzazione dell’istruzione e di dimensionamento scolastico messi in campo, minano alla base l’idea di una scuola pubblica nazionale e mettono fortemente in discussione l’unità del sistema dei diritti.

Lascia un commento

error: Alert: Il contenuto è protetto!